E poi, a poco a poco, i romanzi cederanno il passo ai diari, alle autobiografie: libri avvincenti, purchè chi li scrive sappia scegliere, fra ciò che egli chiama le sue esperienze, quella che è davvero esperienza, e il modo di raccontare veramente la verità.
Ralph Waldo Emerson

mercoledì 1 maggio 2013

Rebecca (cap 1)

 Rebecca era nata in un mondo limitato, vuoto e silenzioso che lei, al momento della sua nascita, aveva provveduto a colmare con abbondanza di capelli e vigorosi vagiti.
Era fuoriuscita dalla vagina esausta della madre, avvolta nel bozzolo rosso della sua chioma contestando, a pieni polmoni, la sorpresa per quella inaspettata, quanto fraudolenta, estirpazione uterina.
La levatrice, con fatica, aveva convinto la madre ad attaccarsela al seno per metter fine a quel trambusto neonatale, poiche la puerpera, dopo i patimenti del parto era preda della tentazione del ripudio, consapevole che anche quest'ultima figlia  avrebbe subito, al pari delle altre quattro che l'avevano preceduta, la fredda accoglienza paterna.
Ed in sopraggiunta sarebbe di nuovo sfumato lo splendido collier di Boucheron, 2.000 diamanti e zaffiri cobalto, pattuito come regalo per la nascita di un erede maschio.

 Femmina. E senza ombra di dubbio. 
La drastica conferma della levatrice aveva scaraventato, nel mutismo dell'impotenza, il padre di Rebecca, opulento commerciante nel ramo del legno con ambizioni d'ebanista, che aspirava alla nascita di un figlio maschio d'associare nella prospera attività  famigliare e trasmettergli la passione per i mosaici e gli intarsi.
Per lui avrebbe dato vita al più prestigioso laboratorio d'ebanisteria, fucina che avrebbe indirizzato alla sperimentazione, e alla progettazione, giovani talentuosi  tra i quali, ne era certo, sarebbe emerso il nuovo Giuseppe Maggiolini.
E chissà, se dopo tanto sperare e tanto credere e tanto desiderare, come accade nei sogni più arditi,  sarebbe stato proprio quel figlio, battezzato col suo stesso nome, il redivivo Maggiolini.

Ed invece era nata lei, Rebecca, la quinta delle sue figlie, una creatura rissosa ed estroversa, dalla risata contagiosa e dal piglio disinvolto.
A differenza delle sorelle che passivamente avevano respirato l'indifferenza paterna, rimanendone poi condizionate con sintomi fisiologici quali l'incarnato opaco, lo sguardo incerto ed il languore nei gesti, Rebecca, niente affatto scoraggiata da quel freddo disinteresse, rifulgeva di luce propria.
Sotto la regale chioma tizianesca, incastonati nell'ovale color di miele, splendevano gli occhi, liquidi e neri, e la bocca carnosa ed irridente che, nel sorriso, si faceva beffe di una dentatura leggermente irregolare che avrebbe contribuito a conferirle, anche in età matura, una fisionomia scanzonata ed acerba.

2 commenti:

  1. mi è proprio simpatica sta Rebecca che se ne infischia del mondo grigio intorno a se e lo riempe con i propri colori acccesi. Miaoooùùù

    RispondiElimina
  2. Direi fin dalla nascita perspicace.
    Avessimo tutti questa sensibilità connessa al cordone ombelicale, di sicuro entreremmo nel mondo con lo spirito giusto!

    Un bacio primomaggesco, alla mia commentatrice preferita!

    RispondiElimina