domenica 29 gennaio 2012

Ritratti - Emma

Innanzitutto non lasciatevi trarre in inganno dall'aspetto ordinario di Emma, dalle sue vesti scure e dalla piega amara delle labbra che sorridono timide, sempre un pò di sghembo, quasi a schernirsi di quel preludio di contentezza.
Decisamente, per raccontare di Emma, non posso partire dal suo aspetto fisico, che già la penalizzerei oltre misura, avezzi come siamo ad interessarci delle vicende di donne magnifiche ed intraprendenti, e questo, invece, è il ritratto a mezzo busto (che se lo esapndessi intero, lei, per prima se ne adombrerebbe, schernendosi, portandosi le mani alle labbra a coprire i suoi brutti denti che, altrimenti, un sorriso aperto, sciaguratamente rivelerebbe e, così, ecco che ha imparato a sorridere quanto basta, a gioire dentro, laddove nessuno può muoverle appunti) di una donna anonima, solitaria, che non disdegna, quando le vengono offerti, gli approcci, perchè lei, di sua volontà, non riesce mai a farsi avanti per prima.
Così ha imparato ad attendere paziente, su un ipotetico uscio di una ipotetica casa, quei visitatori  di poche pretese che non disdegnassero entrarvi e, che piuttosto, s'accomoderebbero al calduccio della sua accoglienza riconoscente e benevola.
Non troppi visitatori, però, che Emma, nella sua solitaria saggezza, ne ha pur respinto qualcuno, senza troppi drammi, per la verità, nè dall'una nè dall'altra parte.
Essere conforme alle regole non è mai stata, per lei, una indiscutibile prerogativa esistenziale, intuendo che avrebbe benissimo potuto vivere senza l'assillo preponderante dell' obbedienza ad un codice prestabilito e di cui, a nessuno, in definitiva, avrebbe dovuto render conto .
Non un rifiuto, quindi, il suo, alle impostazioni societarie, ma una zona franca dove poter sopravvivere.
Perchè la storia di Emma è quella di una timida, collaborativa, sopravvvienza, senza troppe pretese che,  semmai ne abbia avute, devono esser naufragate alla prima alba cosicchè, lei, saggiamente  si è limitata a prenderne atto e a limitare i danni (ma questo, sulla sua preposta saggezza, è un parere discutibile che, forse, sarebbe meglio eludere per evitarle, a questo punto della sua vita, ardue crisi esistenziali che, di sicuro, la trascinerebbero nei bui meandri della depressione. O, magari, quest'accidente che io pavento, neppure forse accadrebbe, dal momento che lei, da naufraga veterana, ha sviluppato una personalità anfibia, impermeabile ai malesseri ed ai tracolli).
Saggia e schiva, Emma, mi ha negato, in questa breve biografia che la riguarda, il permesso di parlare dei suoi desideri più intimi, dei suoi sogni reconditi, che io immagino consapevolmente folli, disordinati ed incoerenti, come i suoi brutti denti, pudicamente nascosti dietro il palmo della sua mano.

sabato 28 gennaio 2012

Diario - Il fine ultimo

Qual'è il fine ultimo che giustifica l'affanno di tutta una vita?
Tutto questo gran chiasso, questo roboante bisogno di essere, senza davvero mai riuscirci, e consumare le energie in compiti assolutamente inutili, di repertorio, che nulla lasceranno dopo la nostra morte.
La verità è che c'è uno spreco incredibile d'energie e d'intelligenze che, a lungo andare e, soggiacendo agli imperativi societari, sono inevitabilmente soggette, dopo la reiterazione di una ripetitività ossessiva delle funzioni a cui sono preposte, alla rassegnazione e alla cancellazione, per sopravvivenza, degli interrogativi esistenziali.
Il fine ultimo non esiste.
Siamo condannati a vivificare il non senso esistenziale e, perfino, a solennizzarlo con enfasi, in attesa della morte e del suo dimenticatoio.
Marilena

giovedì 26 gennaio 2012

Frammenti - Eternità

Da quel suo letticciolo d'ammalata, in cui ormai da tempo Ester giaceva relegata, a stento captava, nei transitori momenti di veglia, le frasi frammentate che le giungevano, come bisbigli, dalla camera attigua.
Non brani interi di discorsi, quindi, ma dialoghi spezzettati, parole che giungevano, alla sua coscienza sconnessa, come vacue  mongolfiere sperdute in un cielo buio.
La visuale della finestra le rimandava l'immagine fissa di una geometria di rami, senza vento e senza aria, quasi che, anche il mondo esterno, fosse costretto alla sterilità farmacologica, la stessa della sua stanza.
Cosicchè lei non sapeva più quale fosse la stagione attuale, che tutte le parevano uguali o, peggio ancora, una sola, unica ed eterna.
Al pari di una vestale, cercava, allora, nei brevi momenti di lucidità, indizi nello spazio circoscritto di quel pezzetto di cielo ma, per quanto si sforzasse di ricordare, non c'era stato più passaggio di rondini nè nidificazione di pettirossi.
Neppure i nevrotici moscerini si erano più schiantati contro i vetri di quella finestra.
E da quel coacervo di rami non erano mai più nate gemme, nè maturato frutti, cosicchè poteva benissimo essere che lei fosse allettata da un solo giorno come, invece, da un tempo indefinito nel quale, in virtù di un sortilegio, si ridestava sempre nella stessa stagione.
Una stagione nuda, senza rondini e senza gemme; un autunno che s'incanagliva, beffardo, dietro i vetri della finestra, trascinandola in un incubo muto e vessatorio, dove la debolezza estrema le impediva la voce ed il movimento, riducendola ad un involto flaccido e pesantissimo, al contempo.
L'eternità, era in quella stanza, non più un solenne concetto astratto, ma tempo reale, perfido e malevolo.
Agognava, Ester, uno specchio in cui ritrovarsi per ritrovare il concreto presente, ma era pur certa che nel riflesso non ci sarebbe stata alcuna sua immagine autentica, che ciò che le si sarebbe rivelato sarebbe stata solo un'ombra esile ed allungata.
Indefinita.


domenica 22 gennaio 2012

L'antro della strega - La strega aurea

......insomma, ammettiamolo: Blogosphere è permeata da un'atmosfera malsana, mielosa e buonista fino al voltastomaco. Quindi, per un bilanciamento proporzionale mi sono asssunta l'onere di ristabilire un equilibrio più vero, seppur più drammatico, tempestando il suo cielo, eternamente rosa, di nubi nere e tempestose.
Bè, a dire il vero, l'avamposto abitato, quello più vicino, dista così tanto dal mio antro che, forse, gl'invocati  nuvoloni  neppure v' incomberanno ma, tant'è, ciò che è detto deve esser fatto.

E così ho sondato, tra le mie diverse identità, la disponibilità a compier l'opera ma, con mia grande sorpresa, è stato tutto un ritrarsi indietro, un apporre motivazioni, per altro bislacche, a giustificare il rifiuto.
Perfino Camilla (Cam o Camille) la mia doppelganger, la mia gemella mutaforma, si è defilata, adducendo il pretesto d'aver del lavoro arretrato da sbrigare e, così, se ne è partita che era ancora notte.
Ho visto, nella trasparenza lunare, il mio alchemico spettro cavalcare uno sfilacciamento di nube ed involarsi oltre le creste ghiacciate di questa landa, abbandonandomi alla nevrosi crescente dell'impasse.

Eppoi, ecco che, inaspettata, si è fatta avanti Alice, l'adolescente abitatrice degli specchi, timida ed illusoria, nella sua vesticciola di cotonina azzurra, eppur quanto rabbiosamente determinata a scatenare l'apocalisse nel cielo rosa di Blogosphere!
- Me ne occupo io, Mari -  Si è proposta così, fissandomi seria con quei suoi occhi grandi e verdi sotto la frangia ancora da bambina, ed un sorriso inedito, insidioso, che non le conoscevo.
Alice, l'adolescente intrappolata nei sofismi ingannatori di una fiaba e, per questo alla ricerca di un riscatto, è di sicuro lei la più adatta all'incarico: la strega aurea che ristabilirà, in Blogosphere, un equilibrio ed una giustizia.

E, così, sulla scenografia rosa di Blogosphere s'è abbattutto un diluvio epocale, lampi e tuoni, fulmini e saette, mentre nella luce purpurea di una luna vampiresca, annegava l'intero universo metafisico su cui, aleatoria, poggia.
Magnifico il nubifragio delle stelle: nella colata incandescente le comete graffiavano come dita unghiolate, dilanianti  l'impenetrabile, buia, cortina d'acqua, per piombare, poi, a terra, con fragore di valanga, prima d'inabissarsi per sempre.
E, dal suolo sventrato, s'è innalzato il lugubre ululato dei lupi mannari e lo squittio demente del vampiro e le voci, empie ed osannanti, dei revenant, e le grida isteriche della folla inferocita che, vicendevolmente si spintonava,  spietatamente calpestandosi per abbrancare un ramo striminzito a cui potersi, invano, aggrappare, per salvarsi.

Notte di follia!
Sotto la pioggia inarrestabile sono marciti i fondali rosa di Blogosphere e tutto il Web è precipitato negli inesplorati crateri sotterranei, nei regni inviolati di Poe e di Lovercraft, circoscritti dagli abissi d'ardesia oltre i quali si spalanca l'ultimo girone dell'Inferno di Dante, quello mai svelato nella Divina Commedia e, di cui, Alice ed io, continueremo consapevolmente a perpetrare il segreto.



sabato 21 gennaio 2012

Frammenti - Dannazione

Era più che altro, quella sua, una incapacità palese ad esternare, in altro modo, il suo sentimento, che tale  lo induceva ad un asservimento totale, e solitario. Inginocchiato.
Cosicchè, tutti i miei proponimenti circa un suo possibile riscatto, s'estenuavano dinnanzi a quel suo cieco bisogno di dipendenza esclusiva dal mio volere.
Come una talpa emergeva dal suo buio abissale, sotterraneo, a mendicare una scintilla di quella luce che, ulteriormente lo accecava e di cui, però, non poteva fare a meno.
Altresì, scaturiva in questa sua dedizione assoluta, un chè di nefasto, la negazione stessa di quel sentimento che di fatto intendeva sublimare in quel parossisimo di febbrile esaltazione che lo aveva contagiato, costringendomi alla forzatura dell'accettazione.
Dal momento che non mi era dato di salvarlo, perchè questo era il suo estrinseco progetto, gl'imponevo nuove umiliazioni e sempre più perverse restrizioni.
Allestivo, così, lo spettacolo spavaldo del mio compiacimento costringendolo a non distogliere quel suo sguardo di animale sotterraneo, e disconosciuto, tremante di desiderio e di espiazione.
Dettagliatamente, poi, lo istruivo affinchè, una volta rintanato nel suo buio rifugio, continuasse, prono, a vivificare la grandezza della sua dannazione.

mercoledì 18 gennaio 2012

L'antro della strega - Effrazione

Stanotte, qualcuno, ha provato ad entrare nell'antro.
Evidenti, all'esterno, i segni di effrazione.
Eppoi c'erano le impronte stampate nella neve, una rx in bianco e nero, monito a futura memoria che nessuno è davvero irrangiungibile.
Così, il trambusto di questa scoperta, ha acuito le nevrosi che ognuno di noi ha abbondantemente accumulato in questi giorni di freddo polare.
Una convivenza forzata e, per alcuni versi e, per alcuni di noi, straziante.
Nevrosi da clausura.
Fuori è impenetrabile grigio, che il sole, con la punta del suo coltellino, riesce a stento a trafiggere.
Lo stesso grigio della mia anima e dei miei pensieri di stamani.

Kilroy, il Freak graffiti writer, m'accompagna coscienzioso nel mio giro d'ispezione al perimetro violato, munito di una  bomboletta di aerosol rosso sangue e, con quella, evidenzia sulla neve gelata, i contorni traballanti delle mie orme.
Le nostre ombre, invece, al riparo dalla luce, ci guardano dai riquadri della finestra, gli occhi al livello del suolo, ipnotizzate dal movimento dei nostri passi freddolosi e circospetti.
Ogni tanto, Kilroy, getta verso l'interno uno sguardo tenero e di rimpianto per quel pò di calore che emana dalla luce pallida della stufa e, allo scorcio delle mani ossute di Iggy, ingordamente protese verso quella fiammella.
Vorrebbe anche lui esser dentro a scaldarsi ma il suo senso di lealtà gl'impone di non disertare dal mio fianco e, continuare, invece, pazientemente la ricerca di quegli  indizi, e di quelle  tracce che, in ultimo, nella nostra consapevolezza,  non sapremmo comunque come utilizzare.

Ma stanotte ci saranno regolari turni di sentinella: l'unico, ad esserne escluso, sarà Iggy, che nessuno di noi si affiderebbe ai suoi sensi allucinati e allo stato di esaltazione che, normalmente, lo pervade.
Amaranta ha già preparato una sua mistura soporifera, ed obnubilatoria, da somministrargli al calar del sole.

sabato 14 gennaio 2012

Frammenti - Alla mia puttana malinconica

Mi guarda, in silenzio, con quei suoi occhi grandi e la bocca leggermente dischiusa.
Una bretellina della sua sottana è discesa sotto l'incavo nudo dell'ascella ed un seno, dal capezzolo rosa, trabocca come un tondo bocciolo dal vaso, mentre i suoi capelli divampano sul cuscino come un fragile incendio.
M'attende in silenzio, quieta, nel recinto del letto, pronta e, forse, già schiusa.
M'accende e m'inorgoglisce, la mia bellissima puttana, così  facile e così  inaccessibile, come un sogno truffaldino, di quelli che sembran veri ma, al risveglio, è già sfumato nel chiarore fuggevole della prima alba.
Lei è mite, e malinconica, come solo quelle della sua specie possono esserlo.
Eppure mi sorride, e pare per null'altro esistere, e null'altro agognare, che la mia attenzione per questa notte.
E' bella, la mia puttana, la più bella di tutte.
La più richiesta.
Per questo, forse, è la più triste.


ALLA PIU' BELLA DI TUTTE
ALLA MIA PUTTANA MALINCONICA
Mia stella sotterranea
mio sentiero segreto
sentinella della mia anima
a te, che non ho mai detto amore
a te, che mai lo dirò
eppur sei l'unica che reclamo
nei miei travagli di sincerità
perchè tu sola puoi
tu sola sai
senza inganni
consapevolmente
e per il mio piacere
esser corpo ed anima
perfettamente disgiunti.



venerdì 13 gennaio 2012

Ritratti - La signora col bastone da passeggio.

Ancheggia su tacchi altissimi ed inopportuni, in maniera innocente e provocatoria, di sicuro incoerente, sfidando la fragilità delle caviglie, ostentando un languido equilibrio, risultato della solidità sperimentata del suo bastone da passeggio.
Affronta con prudenza il bordo basso dei marciapiedi; sosta, leggermente ansante con la mano guantata stretta sul pomolo d'argento e, sotto l'abito leggero, i muscoli sono dolcemente tesi nello sforzo dell'equilibrio.
 Ancheggia, seducente ed eccentrica, mentre il vento le solleva un lembo di veste a volerle sfiorare, con impeto d'aria, la gamba incoerente, il ventre e le natiche e la schiena, sbilanciandola un poco, mentre lei complice ride, abiurando il bastone ed aggrappandosi all'aria.

mercoledì 11 gennaio 2012

Frammenti - La camera oscura

Ha promesso che, nonostante tutto, ne ricaverà una bella immagine.
Ma io dubito fortemente che possa riuscirvi.
Chiudo i tendaggi per impedire alla luce di filtrare e mi raggomitolo ostinandomi nel mio buio, schermandomi con i capelli e respingendo ogni ipotesi collaborativa, o di sola apertura, verso l'esterno.
Rimani così, sei perfetta.
M'impone la voce al di là dell'uscio.
Ma io, anche se volessi trasgredire, non potrei fare neppure un movimento: il disappunto me lo covo dentro, nelle mie viscere immobili e nel respiro trattenuto.
Rimani così, sei bellissima.
Sussurra, ancora, la voce.
Non sono bella, sono morta, non lo vedi?
E' questo che vorrei obiettare se solo ancora avessi una voce o la capacità di un gesto.
Non sono più niente e tutta questa scenografia è solo un inganno, un pretesto.
Un alibi per l'esterno.
La luce mi proietta capovolta, nitida come non lo sono mai davvero stata, e così  è pur vero che sono gli inganni a passare alla storia, fissati in dagherotipi muti, senza veri colori, come nebbia sbiadita dalla quale emerge, con un qualche nitore, un solo particolare, o degli insieme, e da quelli si ricava la traccia della storia.
E la mia immobilità è, al contempo, aquiscenza e rifiuto: l'involucro, che l'occhio spia, dal foro stenopeico della camera oscura.

Foto di Carlo Mollino













lunedì 9 gennaio 2012

L'antro della strega - Alla ricerca di un rifugio

 Era il 9 Gennaio 2008
Indecifrabile, mimetizzato negli stessi brulli colori del paesaggio, l'antro risultava essere assolutamente invisibile e, se non fosse stato per quel debole rumore sotterraneo, simile al battere dei denti quando si ha troppo freddo, di sicuro, io, avrei proseguito oltre nella mia ricerca di un rifugio provvisorio.
Ma fu quell'eco interrata ad indurmi nell'esplorazione di quell'area depressa battuta dal gelido vento di Gennaio, ignorata perfino dagli stormi in volo che procedevano compatti, in file serrate, trascinandosi come pellegrini esausti nello sfilacciamento convulso di nubi cineree, deliberatamente ignorando l'appoggio spartano offerto dagli arbusti precari o dalle rocce puntute, i soli elementi della natura confacenti a quel luogo.
Il pomeriggio volgeva al declino col cielo livido che s'inabbissava verso i flutti scuri del tramonto,  il vento che spirava in preghiera, e la mia solitudine di naufraga che agognava solo al calore della rena asciutta.
Sapevo che se non avessi fatto in fretta a trovare un pertugio, un'apertura qualsiasi in collegamento con i visceri lamentosi del sottosuolo, avrei dovuto passare la notte all'addiaccio in compagnia dei fantasmi sonnambuli che, di certo, avrebbero trasformato in un Halloween il mio isterico bivaccamento.
Abbisognavo di un luogo chiuso dove avrei potuto, in qualche maniera, estrometterli, così iniziai una minuziosa perlustrazione, battendo palmo a palmo il terreno e, sempre, con l'orecchio teso, all'eco sotterranea, unico suono percepito in quel silenzio da purgatorio.
E, finalmente, quando già disperavo, vidi la falla, la piccola bocca screpolata che immetteva nella gola liscia di un tubo che dirompeva nei visceri della terra.
Una entratura stretta, un utero, da cui avrei potuto calarmi dopo essermi spogliata dell'ingombro eccessivo delle mie sottane, indossate in soprannumero, alla maniera zingara, per combattere il freddo ed alleggerire il voluminoso bagaglio che m'andavo trasciando dietro.
Lavorai di buona lena  per liberare l'esiguo boccaporto dall'ostinazione pervasiva delle piante endemiche che, rifiutando l'aria e la luce, crescevano, invece, copiose, nell'umido buio di quella trincea.
Nella convulsiva opera di scavo persi un anello a cui particolarmente tenevo, ma guadagnai speranza: ora, mi giungeva, sempre più nitido, quel battito sommesso che non era di denti ma il pulsare generoso di un cuore grande, ed intatto, che s'offriva ad accogliermi.


E' su questo buco di cratere che ho iniziato a costruire il mio antro, tra il cielo e l'abisso, apprendista funanbola, in costante precario equilibrio, su una corda tesa tra un mondo buio e l'utopia della luce.

Ho deciso di tendere le mie braccia verso quel pezzetto di cielo, polveroso e sbiadito, ma pur sempre orizzonte, e magari non ce la farò a volare davvero, ma bisogna pur sempre tentare l'ebbrezza dello slancio, qualunque sia il risultato finale.

Voglio farlo parlando d'amore.
Voglio parole forti e dolci.
Voglio che vengano gridate o anche solo sussurrate.
Voglio i colori intensi di un cielo vero.
Voglio tutte le sfumature delle nubi.
Voglio puntare verso il sole.
Voglio le ali dell'angelo.

Dò il benvenuto in questo antro a tutti coloro che hanno urgenza di parole di vita e di amore
Mai fermarsi davanti ad una porta sbarrata
Nessun divieto d'accesso alla polveriera
MARILENA