giovedì 11 marzo 2010

Frammenti - Confessioni di una donna normale

Chi sono davvero?
Una donna normale.
Ma con dentro l'inferno.
Ossessioni.
Vocazioni.
Inconfessabili.
Non lo diresti nel vedermi.
Non sono femmina che si nota.
Ma femmina si, quella lo sono.
Sadica, che è il mio istinto primario.
Masochista, se il gioco lo prevede.
E quando questa mia voglia prevale.
Amo il realismo.
Nessuna finzione.
Che il dolore faccia male.
E che il piacere faccia gridare.
E sempre sia mio il nome sulla bocca a fiorire.
Come preghiera.
O come bestemmia
Questa sono io.
Una donna normale.
Con dentro l'inferno.
Non sono femmina che si nota.
Sono femmina che si respira.

Anteprima

lunedì 8 marzo 2010

Ritratti - Una donna allusiva

Cosa ti aspetti da lei?
Come fai ad amarla?
E' questo che vorrebbe chiederti.
Domande silenziose.
Che mai troverà il coraggio di farti.
E così continuerà, in solitudine, ad interrogarsi sul perchè di questo tuo amore devoto.
Tenace.
Indistruttibile.
Sentimento sprecato, per una donna allusiva.
Quando lei ben saprebbe amarti nel modo giusto.
Tranquillizzare le tue ansie.
Smorzare la tua gelosia.
Darti la certezza di avere quello che vuoi.
Senza troppa sofferenza.
Senza doverti dannare l'anima.
E perdere la ragione.
Ma tu vuoi me.
E nessun'altra.
Non sapresti che fartene del suo modo giusto d'amare.
Sono le mie strategie, le mie irruenze, che ti affascinano.
E' il mio odore.
La curva dei miei fianchi.
La brevità dei miei seni.
Le fessure del mio corpo.
Colmarti la bocca del mio sapore.
E pronunciare, nel buio, il mio nome segreto.
Che solo tu conosci.
No, non sapresti che fartene del suo amore più giusto.
E' l'amore che travolge, quello a cui tu aspiri.
Quando siamo nudi oltre la pelle.
E ci penetriamo.
E piangiamo.
E ridiamo.
La burrasca è stata ieri.
La burrasca sarà domani.
La burrasca sarà sempre.
E non sarà mai tranquillo tra noi.
Un arcobaleno spezzettato.
Ruvido.
Ma quanto luminoso!

Anteprima

sabato 6 marzo 2010

Diario - Autorivelazione

Io sono quella che vedete.
Le mie mani, i miei occhi, i miei capelli, tutta la tangibile sintesi della mia persona è palese nella sua essenza fisica.
Lo afferma lo specchio.
Lo conferma lo sguardo di chi mi guarda.
Esisto, nella superficie dello specchio e nell'attenzione dello sguardo, nel mio specifico assemblaggio fisico determinato da fattori primitivi ed originali.
Ma non dalla mia volontà.
O dalla mia vocazione.
Sono l'involucro a cui è stato dato un nome come riconoscimento della sua esistenza.
Esistenza.
Non individualità.
Che è ben altra cosa.
L'individualità siamo noi a definirla tramite il nostro modo di essere.
Una soggettività che, talvolta, può rimanere per tutta la vita ignorata, mascherata, rinnegata, se ne decretiamo l' incompatibilità col suo corpo fisico.
Forma e sostanza non coincidono.
Ciò crea un conflitto.
E' il caos psicologico.
Lo squilibrio neurologico.
La soavità di una sirena imprigionata nell'imbarazzante scafo di una balena.
La sirena non si riconosce nell'ingombro di quel suo involucro.
Deprecabile ossimoro.
Trappola esistenziale.
Uccidiamo allora la sirena.
La balena, privata della sua anima, continuerà a navigare nell'oceano sulla spinta delle onde.
Un gigantesco guscio vuoto.
Una parodia di vita.
Ed ancora non basta.
La sirena ripudiata non deve solo morire, ma neppure essere mai nata.
Ogni traccia di quella sua soavità deve essere cancellata perchè troppo penosamente insostenibile, perfino per l' inconscio, la sua vistosa incompatibilità con la sua forma esteriore.
Uccidere la sirena ed eliminare ogni traccia di questo delitto.
E solo un'amnesia può farlo.
Il delitto perfetto lo si attua nel momento in cui avviene la rimozione psicologica, e salvifica, dell'atto criminoso.
Non è sufficiente l'abrasione delle impronte digitali per proclamare appieno la propria estraneità.
Occorre una cancellazione completa di se stessi per affermare, e poter credere davvero, di essere quel qualcun altro che non ha commesso il crimine.
Amnesia totale.
E non semplice oblio dal quale è dolorosamente possibile riemergere per ritrovarsi in una realtà che, seppur non ci configura, ne dichiariamo la cittadinanza per poter continuare ad essere altro.
E' una recita.
E non il convincimento, assolutamente sincero, che scaturisce dalla cancellazione amnesica dell'Io remoto, che ci fa sentire davvero qualcun altro.
Perchè sempre riaffiora, negli attimi del risveglio, l'irrequietezza tumultuosa della nostra vera identità che si manifesta con contraddizioni evidenti che, a mala pena, riusciamo a giustificare.
Che ci costringe ad imbastire alibi a cui ostinatamente ci sforziamo di credere, affinchè anche il mondo ci creda.
Quel mondo cieco, o soltanto opportunista, che ben volentieri supporta la menzogna se questa significa adeguamento.
Ma accade, talvolta, che l'irrequietezza solo sopita e ridestata nelle pulsioni vitali della nostra identità originale, trovi un varco nella fitta nebbia artificiale del nostro oblio, per riemergere.
E, con orgoliosa consapevolezza, proporre una inedita ed originale armonia di forma e sostanza.
La voce seducente della sirena amplificata dalla grancassa della balena.

Sono emersa dall'oblio dell'adeguamento, ed approdata nelle pagine di questo blog, nell'orgogliosa accettazione della mia identità latente.
Dove oggi certifico un riconoscimento a quella vera essenza di me lungamente e, stolidamente, ripudiata nel corso di tutti questi anni.
La ribadisco nei miei scritti.
Nelle mie stravaganti discettazioni.
Nei miei farneticamenti.
Nel mio esistenzialismo convulso.
Nelle mie evidentissime contraddizioni.
Nella specifica connotazione sessuale dei miei racconti.
Sono io la protagonista di ogni pagina.
E là, dove l'evento non l'ho fisicamente compiuto, l'ho volontariamente perpetrato attraverso la lucida consapevolezza della mia vera identità.
Sono la sirena che cavalca la balena.


Anteprima

sabato 27 febbraio 2010

Racconto - Agnese seduce il Re. E la vendetta della Regina.

Accade anche alle donne più timide di rimanere intrappolate in amori adulteri, che la passione non tiene conto delle vere nuziali, nè dei contratti stabiliti per l'eternità.
E così è accaduto anche ad Agnese, timida e riservatissima Dama di Camera della Regina, di soccombere alla passione irreversersibile per un uomo assolutamente proibito.
Intoccabile: il Re.
Agnese, la damina diafana, che sembra possedere, per via di quella sua timidezza congenita, il dono dell'invisibilità.
Che in silenzio si materializza nel bianco delle sue vesti.
Che in silenzio scompare, senza lasciare traccia di quel bianco.
Agnese che arrossisce, parla poco, e le cui dita gentili sfiorano con l' inconsistenza di un respiro.
Ed in virtù di queste doti, la Regina, fra le tante ha scelto lei come Dama di Camera, per affidarle il privilegio della cerimonia mattutina della vestizione e, per il delicato compito, di fare e disfare il viluppo impervio delle trecce e dei posticci, sui quali innalzare la regale corona.
La timida Agnese si materializza quando serve, per dissolversi quando più non è necessaria la sua presenza.
Questo immensamente piace alla Regina, personalità altera e suscettibile, che poco tollera le altre donne, soprattutto se più giovani ed avvenenti.
Ed in quella sua dama non ha riscontrato la minaccia nè di un corpo, nè di una fisionomia.
E' solo un fruscio di veste.
Ed un sussurro lieve di dita.
Forse neppure saprebbe individuarla fra le tante che fanno ala al suo passaggio.
Ma Agnese non figura mai nella coreografia degli inchini.
Avvalendosi del dono dell'invisibilità sguscia via, inosservata, per rifugiarsi a leggere poesie e a fantasticare sul volo peregrino delle farfalle, nella solitudine del labirinto botanico, meraviglia e delirio dei giardini reali in cui nessuno, avventatamente, osa avventurarsi.
E' leggenda quel labirinto.
Inestricabile. E demoniaco.
Una trappola a cielo aperto.
Si racconta che il tracciato vero lo conosca solo la Regina, e che è mefistofelico inganno visivo quello che si prospetta dall'esterno al visitatore che, per sventura addentrandosi nei suoi fitti meandri, rimane inesorabilmente intrappolato nel demenziale dedalo di un percorso che conduce verso il nulla.
Ma Agnese non ne ha paura.
Non l'attraggono le incognite esplorative, ma la quiete che li vi trova.
Percorrendo sempre lo stesso breve itinerario, senza addentrarsi troppo nell'ignoto del labirinto, ha fissato punti di riferimento in particolari che, seppur minimi, l' aiutano nell'orientamento: una foglia sporgente, un intreccio di rami, un arboscello puntuto, un leggero diradamento nel reticolo fogliare.
E, proprio attraverso quella sottile smagliatura, un pomeriggio autunnale, ha scorto il Re che solitario passeggia, senza scorta di armigeri, nè compagnia di gentiluomini.
Così, Agnese, può constatare che Sua Maestà ha gli occhi mansueti di un cucciolo, le mani sensibili di un artista e la barba ribelle di un poeta.
Appare perfino meno alto senza la corona che, certificando il potere, accresce anche la statura.
E tra le mani, invece dello scettro, reca un libro.
Questo la colpisce enormemente.
Lo vede, per la prima volta, nella sua forma privata e non in quella consueta ed ufficiale dove, d'altronde, è sempre secondario alla preponderanza, caratteriale e scenica, della Regina.
D'impulso vorrebbe mostrarsi.
Chiedergli cosa stia leggendo.
Una conversazione tra lettori, e non di certo quella sconveniente tra il Re ed una Dama della Regina.
E' trattenuta, però, da quella sua endemica timidezza che la costringe a ritrarsi, come d'abitudine, nell'involucro dell' inconsistenza.
Ma il tenue chiarore della sua presenza è filtrato attraverso il respiro delle foglie ed attratto l'attenzione del Re che, con voce gentile, le chiede di mostrarsi.
Lei obbedisce e s'inchina al suo cospetto e, nel rialzarsi, un soffio di vento le scioglie i capelli ed ecco che, in quell'imbarazzo, le cade il libro di mano.
Il re lo raccoglie e, porgendoglielo con un sorriso, le mostra il suo.
E' lo stesso libro, l' identica storia, che entrambi stanno leggendo.
Non vi ho mai vista.
Dice lui, colpito.
Non sono una che si nota.
Risponde lei, arrossendo.
E' questo il primo di innumerevoli incontri.
Il re l'attende, tutti i pomeriggi, nella stanza di foglie, sotto il soffitto mutevole del cielo, alla mercè degli elementi metereologici, e delle schermaglie della luce e del buio.
Leggono e commentano versi di poesia, assaporando quella sintonia perfetta che scaturisce dalla intensa condivisione di una stessa passione.
E la passione per la poesia tramuta presto in passione dell'anima.
E dei sensi.
Seppur combattuta e rinnegata, è un'attrazione irresistibile quella che vanno provando.
Le dita si sfiorano, cercandosi, nello sfogliare le pagine.
La voce frammenta in sussurro quando l'irruenza amorosa del poeta esplode nei versi.
Un pallido riflesso, se paragonato allo sconvolgimento interno che li va sopraffacendo.
E quel giorno Agnese, dopo aver recitato il toccante brano su un amore proibito, soccombe alla visibilità di una lacrima che, prontamente, le dita sensibili del Re raccolgono.
La seconda, l'asciuga con le labbra.
E la terza, l'assapora con un bacio.
Si ritrovano così a sfogliare i loro ardenti desideri e non più le pagini complici di un libro che avrebbero ora arricchito con i capitoli inediti delle ardite sperimentazioni del loro amore.
Ed Agnese fiorisce tra le braccia del Re, nel tumulto progressivo del piacere sessuale, dapprima timidamente, come un bocciolo tremulo che, presto, tramuta in un lussurioso fiore carnivoro.
Insaziabile, si lascia trascinare nell' estasi sessuale, concedendosi senza quel ritegno che conviene ad una vergine inesperta ma, come una peccaminosa Eva, il suo ventre partorisce orgasmi multipli che assorbono tutto il vigore del Re.
Lasciandolo stordito.
Esterefatto. Beato.
Più quella passione progredisce, più Agnese acquista splendore.
E visibilità.
Ed è una scia luminosa, quella che ora preannuncia il suo passaggio.
Vestita di scarlatto, di azzurro o di viola.
Non arrossisce più, Agnese, pur mantenendo inalterata la riservatezza innata delle parole indispensabili.
E la Regina, sugli indizi di quei cambiamenti, inizia ad accorgersi di lei.
Delle sue assenze.
E di quelle del Re.
E delle voci cortigiane che, tempestive, zittiscono al suo passaggio.
Decide, la Regina, di far luce sulla tresca di cui a corte si va mormorando, incaricando il Capitano della Guardia Reale, veterano fedelissimo e discreto che, seppur non possedendo come Agnese il dono dell'invisibilità, ha affinato sui campi di battaglia un talento mimetico che si è rivelato provvidenziale nelle situazioni più estreme, di appurare quanto di vero ci sia in quei mormorii, e dove conducono le passeggiate del Re e quelle della sua Dama di Camera.
Di missioni difficili è esperto il Capitano, ma questa si rivela la più penosa.
Vorrebbe dire di no alla Regina.
Che la sua onorabilità di soldato rifiuta questo meschino incarico di pedinamento.
Ma a lei ha giurato fedeltà ed obbedienza.
Non può tradire la sacralità di questo voto.
Si predispone, quindi, il leale Capitano ad assolvere l'incarico, con tutta la discrezione che l'evento impone, e non gli ci vuole molto per appurare che le passeggiate del Re, e della dama della Regina hanno una meta comune: il labirinto botanico.
Dove si officia un amore adultero.
Spudorato e sublime.
Una poesia sperimentale, di orgasmi multipli e complesse geometrie dei corpi.
Il Capitano è turbato, e commosso, dalla sacralità e dalla dissolutezza di quell'enfasi celebrativa.
La versione in prosa di una poesia trascendentale.
Ma pur dovrà riferire alla Regina quello che ha visto.
E quello che nelle viscere del labirinto si va consumando ha un solo nome: tradimento.
Il buon Capitano cerca le parole più opportune, meno crude, per fare il suo resoconto alla Regina.
Ma ben sa che non ne esistono.
E' tutto vero, Maestà.
Non gli riesce di dire altro.
E' una donna altera, e con una luce buia negli occhi, quella che con un gesto lo congeda.
Ma è pur sempre una donna tradita.
Pensa il Capitano.
Che nella sua esperienza di veterano ha appurato che, nella vita e nelle guerre, la ragione non è mai solo da un' unica parte.
Così, Agnese, non trova più il Re ad attenderla nella cinta protettiva del labirinto.
Mentre a palazzo si sparge la notizia di un male, repentino e mortale, che ha colpito il sovrano.
Ma la Regina pur continua ad avvalersi dei servigi della sua dama.
Del tocco etereo delle sue dita.
E godere di quegli occhi disperati.
Di quello splendore che offusca in patimento.
Del tormento di quell' anima estirpata.
Di quelle domande mute, perchè proibite.
Del dubbio, che col tempo tramuterà in certezza, che non è stato il male ad uccidere il Re, ma il suo amore.
E della colpa, e dei rimorsi che, inesorabili, la perseguiteranno per tutta la vita.
Continuerà a godere la Regina dei servigi della sua Dama di Camera.
Che nessuna ha un tocco di dita leggero come il suo.
Nè corpo.
Nè fisionomia.

domenica 21 febbraio 2010

Ritratti - L'illusionista

E' solo un ombra sopra uno schermo. Un batter di ciglia e quell'ombra è un gabbiano, una nube stracciata, una spuma di mare, un veliero pirata. Estasiato ti perdi in quel gioco di prisma. Labirintico. Astratto. Eppur così vero. Se allunghi la mano, ecco tocchi il veliero, o almeno lo credi. O, almeno ti pare. Ma quello che vedi ora è nebbia di mare. Rigurgito d'acqua di una fontana, gocce rotonde negli occhi di una donna che sorride sognante. I lunghi capelli, un groviglio di bosco, e l'illusione par vera nel gioco di ombre di quei riccioli incolti che propagano ora dalle forcine, come scuri torrenti di acqua e di terra, che la tempesta già irrompe da quell'unica nube che dallo schermo tracima. Un batter di ciglia e s' avvera il presagio, un turbine folle di vento e di foglie, che tutto travolge, in una danza furiosa di zolle e di acqua. Ed ecco, nelle righe di pioggia occhieggiano ora tocchi di azzurro, di verde e viola. Petali strappati ad un arcobaleno, un ombrello scippato che il vento trascina, la gonna leggera di una gitana, coriandoli sparsi dopo la festa. Che tu vorresti raccogliere e stringere in mano, come prova di un sogno che pur hai vissuto.
Ma è solo un ombra che riempie lo schermo.

Anteprima

martedì 16 febbraio 2010

Racconto - Della vita. Della morte.

Sentiva ora freddo, donna Laura, nel negligè di pizzo francese indossato quella notte per cercare d'irretire il fantasma sonnambulo di don Alfonso Villadora, suo defunto consorte.
Per prevenire la possibilità che lui potesse continuare a tradirla anche nell'altro mondo, si era adattata ad un abbigliamento notturno da cocotte, disinibita e volitivamente emancipata.
E, quella notte, il fantasma di don Alfonso si era palesato, come d'abitudine, ai piedi del talamo nuziale, preannunciato dall'inconfondibile aroma di sigaro e circonfuso da una tiepida aura.
Donna Laura lo attendeva tremando di freddo e di desiderio sopra le coltri, vestita solo di quella sottile filigrana di ragno, sfidando l'umido della notte e le correnti inopportune che filtravano dagli infissi mai restaurati.
Lui la guardava, mentre lei si esibiva nelle arti acquisite postume di spogliarellista e femme fatale. Era questo il loro gioco.
Avevano provato a toccarsi, per cercare di trarre conforto da quello che la immatura dipartita di lui poteva ancora concedere.
Ma la materia e l'impalpabilità non coincidevano.
Si penetravano oltrepassandosi, senza trovare barriere da infrangere.
Inutilmente don Alfonso aveva cercato di adempiere ai suoi doveri maritali.
Le scivolava sopra come un soffio di aria mentre, invano, lei tentava di trattenerlo.
Donna Laura, che era sempre stata timida col marito in vita, tollerando i tradimenti pur che si aquietasse, ora, invece, provava rimorso e rabbia per non essere stata più disponibile nei suoi confronti.
Si sentiva in balia di una sorta di rivalsa sessuale che la pervadeva nel presente, come una esigenza primaria, insopprimibile ed ossessiva.
Ora che era morto esplodeva l'esigenza sessuale di potergli dare ciò che da vivo gli aveva negato.
Ora che lui era prigioniero di un mondo impenetrabile, lei gli si offriva impudica esibendosi, sfacciata ed eccitante, in un modo che con lui, vivo, mai era stata.
Si concedeva, femmina appassionata e disperata, nella dolorosa impotenza di un desiderio ormai irrealizzabile.
Capiva, adesso, la devastante sofferenza che gli aveva inflitto con i suoi veti.
Mal di testa ed ipersensibilità, erano gli alibi con i quali si negava.
I tenui amplessi, consumati al buio, senza alcuna partecipazione emotiva, mentre contava i minuti che l'avrebbero restituita alla solitudine del proprio corpo, e che avevano contribuito a far si che la virilità di don Alfonso cercasse altrove i necessari appagamenti.
Seppur profondamente l'amava, desiderandola con tutto il suo vigore di uomo sano ed innamorato.
E mai avrebbe infranto i voti di fedeltà coniugale se solo lei si fosse resa più disponibile.
Allieva. E non censore.
Accettandolo come maestro, lui l'avrebbe introdotta nei mondi incantati dell'eros.
Le avrebbe insegnato la sapienza acquisita nella esperienza della sua prerogativa di maschio, affinchè lei potesse farla sua.
Alimentarla.
Per condividerla.
Ma era refrattaria, donna Laura, a questo tipo d'insegnamento.
Cercava di sbrigare in fretta i doveri coniugali, tanto quanto lui, invece, cercava di prolungarli.
E non che don Alfonso fosse uomo da preliminari.
Solo non si arrendeva facilmente, soprattutto laddove era sicuro di avere competenza.
Ma quella moglie a tenuta stagna, dopo reiterati e vani tentativi, lo aveva consolidato nella certezza di una reale inguaribile frigidità.
S'immedesimò nell'umiliazione di lei di non potergli dare ciò di cui abbisognava non per sadismo, ma per impedimento dei sensi.
E questo pensiero mitigò i suoi ardori.
La lasciò in pace, se non per quei pochi fugaci momenti in cui gli sembrava pur giusto farle sentire che continuava a desiderarla.
Che insieme a lei avrebbe voluto perdersi in quelle volluttà, sentimentali e carnali, che solo l'amore vero può far provare.
Se solo glielo avesse permesso.
Ma lei gli si concedeva come una santa al martirio, in attesa della profanazione del carnefice.
Alla fine, tutto questo, lo fece desistere dai suoi propositi sessuali nei confronti della moglie.
Senza però mai sminuirne l'amore.
Era l'unica che amava davvero.
Le altre non contavano nulla.
Esplicavano solo a quella funzione a cui lei non poteva adempiere.
E, donna Laura, tutto questo lo aveva capito.
Pur senza mai parlarne.
Che solo l'argomento l'avrebbe traumatizzata.
Tollerava i tradimenti come unica soluzione possibile alla sua inadeguatezza sessuale.
Tradimenti, che seppur fatti con discrezione, alla fine avevano consolidato la fama di don AlfonsoVilladora, d' incorreggibile tomber de femmes.
E posto sul capo di lei l'aureola di una madonna, tollerante per eccesso d'amore.
Col tempo, lo scopo iniziale per cui ci si era immessi su quel camino, si era andato smarrendo.
Don Alfonso aveva preso gusto a quei giochi proibiti, ma necessari all'equilibrio matrimoniale.
All'inizio il suo campo d'azione era stato discretissimo.
Espletava le sue scappatelle fuori città, e sotto l'oppressione d'indicibili rimorsi.
Per inconscio desiderio chiamava sovente col nome di Laura le sue amanti.
Causando danni irreparabili perchè non tutte erano disposte a perdonargli la distrazione.
Erano quelli i tempi in cui ancora sperava in un cedimento della moglie.
Una guarigione miracolosa, che mai avvenne finchè lui fu in vita.
Alla fine, disilluso, sempre più andò sfacciatamente penetrando i suoi territori di conquista fin dentro le mura citttadine, e senza porsi gli iniziali problemi di discrezione.
Le donne gli si offrivano.
Gli uomini lo invidiavano.
La moglie tollerava.
E la stampa ulteriormente alimentò quella leggenda da Casanova quando l'infarto lo sorprese nel letto di un'attricetta di teatro.
Signorina tanto seducente quanto chiacchierata.
E dalle mille risorse.
Che non si perse d'animo alla vista del corpo inerte di don Alfonso, che giaceva come placidamente addormentato e con una espressione soddisfatta, tra le coltri arruffate dalla battaglia notturna ma, strategicamente, se ne servì per farsene provvidenziale pubblicità.
Il clamore che suscitò questa morte adultera accrebbe la fama della starlet ma, enormemente, rinvigorì il mito di Villadora, morto nel letto di una venticinquenne, stroncato da un amplesso eccessivo ed inusuale, celebrato con troppa foga.
Un maschio vero.
Sussurravano le donne al suo funerale.
Più d'una asciugandosi di nascosto le lacrime.
Un figlio di puttana.
Dicevano gli uomini, dandosi di gomito.
Che pur ha avuto una bella morte.
Alfonso.
Singhiozzava, disperata, l'algida donna Laura, sentendosi questa volta davvero tradita.
Lo invocava così tutte le notti finchè lui le apparve, annunciato dal profumo di sigaro e nel tepore di quella sua aura limbica, ai piedi del letto matrimoniale.
In attesa.
Come sempre aveva fatto, quando era vivo.
E lei gli si era subito avventata addosso con ingordigia di femmina affamata.
Di lupa in calore.
Cercando di afferrare quel fumo tiepido, con le fattezze di uomo, che sostava ai piedi del letto ma che mai più avrebbe potuto condividere quell'invito per tutta la vita agognato.
Non per sua volontà, che ancora ardentemente il suo spirito la desiderava, ma per una indiscutibile imposizione della morte.
Potevano solo guardarsi.
La donna di carne e l'uomo di luce esistevano su paralleli diversi.
Della vita.
Della morte.
Inconciliabili, soprattutto, per le faccende di sesso.
Per questo donna Laura aveva iniziato a sperimentare le strade della concupiscenza.
Per adescare lo spirito del marito.
Irretirlo, in quel vortice di risvegliata sensualità che in vita gli aveva negato.
Darsi a lui, completamente e senza inibizioni.
Urlava, lasciva e scarmigliata, la sua frustrazione come fosse un grido orgasmico.
Lei che un orgasmo mai lo aveva provato.
Si spogliava offrendosi sfacciata al suo sguardo.
Si accarezzava fino a raggiungere il languore della lussuria.
Le mani di lui si protendevano verso i seni.
Le sfioravano il ventre.
Ma era solo un abbaglio di tiepida luce.
Non riusciva ad afferrarla. A stringerla.
Non poteva toccarla.
E, così, donna Laura si esibiva in licenziosi spettacoli tutte le notti che lui andava a trovarla.
Per trattenerlo ai piedi del letto, dal momento che dentro di lei non sarebbe stato più possibile farlo, cercava d'intrappolarlo nel gioco psicologico dell'esibizionista.
Aveva imparato l'arte estroversa delle spogliarelliste.
Inventava peccaminosi giochi di seduzione.
Gli sussurrava le più sconce fantasie.
Lo irretiva con l'esposta lussuria dell'autoerotismo.
Ed ogni notte lui sempre più si consumava nella disperazione impotente dell'eunuco.
Nello svilimento cosciente della sua inanità.
La morte adultera aveva contribuito all'estensione della leggenda virile di don Alfonso Villadora.
Le strategie seduttive di donna Laura lo andavano trasformando in un guardone.

martedì 9 febbraio 2010

Diario - L'ultima frase

Cammino tra la folla, compressa nei miei intimi pensieri.
Residui della notte e degli incubi che l'accompagnano.
Ho voglia di non essere.
Ma questo è impossibile.
Così cammino con passo veloce, sempre in corsa con il tempo divorato da necessità che vorrei ignorare.
Ma che il mio ferreo senso del dovere m'impone di rispettare.
L'ultima frase incompiuta sul mio pc, un abbozzo velleitario ed agguerrito.
Il boato delle parole.
La sua ineluttabile urgenza esplosiva.
Dovrei trasformare, invece, le mie esternazioni, in lente lumache guardinghe.
Una processione di gusci di madreperla che si snoda sullo sfondo nero del mio computer.
Come piccole suore ordinate. E caste.
Monde da ogni peccato, immaginario o reale, che avanzano piano, sciorinando sottovoce il loro rosario asessuato.
Vorrei possedere quella loro indubitabilità di un paradiso celeste e di un inferno tetro.
Vorrei poter scegliere tra queste certezze.
Accelero il passo, senza guardare.
La strada è nota. Ed il paesaggio invariato.
Posso compiere questo tragitto ad occhi chiusi.
Sono solo una passante fra i tanti che di fretta vanno.
E questo mi rassicura.
Nessuno può leggere i miei intimi pensieri.
O quella frase incompiuta sul mio pc.
Marilena

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domenica 7 febbraio 2010

Frammenti - Amplesso

Artigli snudati per non perder la preda.
Nella morsa insidiosa che serra la carne.
Una lotta di fango e di sassi appuntiti, che scheggiano in graffi.
In strappi di pelle.
In una corda di braccia e di denti a ferire.
Amplesso mortale, che eccita i sensi.
Il tuo corpo sudato che sfugge alle dita.
Invano ti afferro, per perderti ancora.
Amico. Nemico.
Amante. Padrone.
Angelo buio, vestito di niente.
Splendido lupo, che agogni alla lotta.
Battaglia violenta.
Voluta.
Cercata.
Il desiderio ha una mistica strana.
Un gioco cruento.
Di artigli e di denti.
Un tafferuglio di lupo e di lupa.
Nessuno cede.
Nessuno indietreggia.
Le tue mani mi trovano, ma ti respingo.
E mi libero ancora.
Eppure vorrei rimaner prigioniera nella presa sicura di quelle tue braccia.
Arrendermi al battito del tuo petto che ansima.
Amico. Nemico.
Amante. Padrone.
Mi serri le mani e mi pieghi la schiena.
Con un gesto deciso che sa di vittoria.
Invano dimeno sotto il tuo corpo
Che il tuo sesso già preme
e la mia bocca ti cerca.
La tua unghiata tramuta in una carezza.
E in un gemito muto ti offri alla resa.

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